Aggiornamento del 7 aprile


Il quadro geopolitico resta al centro della scena,

con le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz che continuano a evolvere rapidamente - e a tradursi in segnali sempre più concreti sui mercati.

Trump ha fissato una nuova scadenza per i negoziati con Teheran: le due di notte ora italiana. In caso di mancato accordo, la minaccia è quella di colpire centrali elettriche e infrastrutture strategiche iraniane. Sul piano del diritto internazionale si apre un tema delicato: la Casa Bianca ha già anticipato che gli obiettivi sarebbero classificati come “dual use”, ovvero a duplice impiego civile e militare, per evitare l'accusa di crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra.

L'obiettivo strategico di Trump prima dell'incontro con Xi Jinping, previsto per il 14-15 maggio, resta quello di presentarsi al tavolo con la Cina tenendo in mano una leva negoziale concreta: il controllo, anche solo parziale, dei flussi petroliferi iraniani da cui Pechino dipende in misura rilevante. 

Durante la pausa pasquale i negoziati sono proseguiti. L'Iran ha risposto alla proposta americana di una tregua di 45 giorni con una controproposta articolata in 10 punti, che include tra le condizioni principali la garanzia di non ripresa dei bombardamenti, la definizione di un protocollo condiviso con l'Oman per il transito nello Stretto di Hormuz e il riconoscimento di risarcimenti per i danni subiti. 

A dare la misura delle aspettative è Polymarket: alla domanda se le forze armate statunitensi entreranno in Iran entro il 30 aprile o entro il 31 dicembre, la probabilità attribuita dal mercato di previsione si attesta al 100% in entrambi i casi. I mercati finanziari, invece, mantengono un atteggiamento più attendista: gli indici azionari non hanno ceduto in modo significativo, e l'oro - intorno ai 4.500 dollari l'oncia - si muove come se stesse scontando al 50% l'ipotesi di una tregua dell'ultimo minuto.

 

Il fronte più critico in questa fase è quello dei prodotti raffinati, 

al di là del petrolio grezzo. Nel mese di marzo si è già registrato un calo sensibile dell'export di raffinati attraverso Hormuz, con effetti che cominciano a manifestarsi concretamente.

Il dato strutturale è questo: l'Italia importa oltre il 50% del proprio diesel dalle raffinerie mediorientali, così come l'Unione Europea e il Regno Unito presentano una dipendenza altrettanto marcata. Nel frattempo, la Cina ha ridotto il tasso di utilizzo delle proprie raffinerie e ha bloccato l'export di prodotti raffinati - togliendo al mercato europeo un'altra fonte di approvvigionamento alternativa. 

 

Sul fronte dei mercati, i segnali di stress rimangono ben leggibili.

La backwardation del Brent - il differenziale tra il prezzo spot e quello a sei mesi - si attesta intorno ai 28 dollari al barile, un livello superiore a quello toccato nel 2022 dopo l'invasione dell'Ucraina. Il messaggio implicito è chiaro: il mercato si aspetta una carenza di offerta nel breve termine.

Sul comparto azionario, la volatilità in area euro rimane più elevata rispetto a quella statunitense di circa quattro punti, una divergenza che non esisteva prima dell'inizio del conflitto. Lo spread BTP-Bund si è allargato da circa 65 a 85 punti base, muovendosi in stretta correlazione con i livelli di volatilità. 

La lettura dei dati sul mercato del lavoro statunitense richiede qualche cautela. La crescita dell'occupazione ha battuto le attese, ma quasi interamente grazie al settore sanitario e dell'assistenza, direttamente legato all'invecchiamento della popolazione.

 

Agenda della settimana

  • Sul piano macro, i principali appuntamenti della settimana sono le aste sul Treasury decennale statunitense e i dati sull'inflazione americana di marzo, attesi nella seconda parte della settimana. 
  • La data più rilevante, tuttavia, rimane quella di stanotte: la scadenza dell'ultimatum di Trump e ciò che ne conseguirà segneranno il tono dei mercati per i giorni a venire.

 

A cura della Direzione Investimenti di Sella SGR